martedì 24 luglio 2012

Ho conosciuto la bella, tranquilla, quasi allegra vanità;
mi ci sono distesa dentro o sopra, come d’estate su un pagliaio, osservando
il cielo vespertino, le foreste, le montagne azzurre, annusando
avidamente
il fresco tiepido, il timo, il fieno, il fiume lontano,
la fragranza del grano mietuto – nient’affatto nel senso
del pane, dell’acqua, dell’utilità, – solo nel senso
di una messe universale, mitigante, mentre da un colle all’altro,
da una vigna all’altra, i cani dei contadini e dei pastori abbaiavano
a una luna piena tutta bianca, madonna con le braccia incrociate
senza il bimbo.
Era un gusto – non so – di un blu profondo diluito –
un gusto d’esistente inesistenza, rimarcato di tanto in tanto
dal movimento di un uccello che si agita nel sonno; – un silenzio
tumultuoso –
e io ero il silenzio intero e la sua parte. Mordevo un ramoscello di
mirto
per non gridare.

Ghiannis Ritsos

1 commento:

angelo greco ha detto...

Gran bella poesia!

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